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Tre toscani, tre personaggi sul filo della memoria.

Indice

Premessa

Io sono toscano, fin nel profondo dell'anima. Chi non ci conosce puo' soddisfare la sua curiosita' leggendo un piccolo libro di Curzio Malaparte, "Maledetti Toscani" del 1956. Basta che legga la presentazione dell'editore Adelphi.

Ma allo stesso tempo mi sento totalmente e profondamente italiano ed ho sempre difeso e presentato questa mia duplicita' di appartenenza.

Cosi' se questa volta parlo di tre toscani, parlo di tre italiani, persone umili, del popolo, ormai passati nella stanza accanto, quella dei ricordi. Sono tre persone non note al grande pubblico, non sono stati industriali , ricchi, nobili, famosi al gossip, ma il mio animo da sognatore e libero da schemi preconcetti ne ama parlare e raccontare alcuni aspetti della loro vita.

Si puo' non essere d'accordo con il loro modo di affrontare la vita, con le scelte professionali, con le modalita' di comunicazione, ma non si puo' non ammirare la loro coerenza, lo stile, il comportamento quotidiano, il rapporto personale con la societa' civile. Non si puo' non pensare alla grande ironia con cui hanno preso la vita a morsi per non farsi mai sopraffare.

Due delle persone che cito un queste note le ho conosciute, una molto bene, qualche volta ho anche ospitato al mio tavolo Remo Cerini, un pistoise, un poeta di strada.

Antonio Lapini, lucchese, che si proclamava popolano, lo ho ascoltato qualche volta negli anni '60, quando parlava nella piazza del Duomo di Lucca.

Benche' io sia molto vecchio, di Pietro Giorgio Gori ho solo letto e sentito parlare. Ne sentii parlare per la prima volta molti anni fa quando acquistai la mia attuale casa a Castiglioncello. Petro Gori e' sepolto a Rosignano Marittimo, sede comunale della mia abitazione.

Una cosa accomuna queste persone, la totale rinuncia a qualsiasi forma di violenza, di prevaricazione. Una forma di fratellanza laica che non ha bisogno di pubblicita' per imporsi all'attenzione dei sistemi sociali.

Il Popolano Lapini.

Dal dizionario la parola popolano [po-po-là-no]

Che è proprio del popolo: linguaggio p.; costumi popolani, ant. Popolare: tumulti popolani
Di persona, che appartiene alle classi popolari: famiglia popolana
Che è a favore del popolo: politica popolana

Uno dei primi usi della parola popolano riferita ad un persona e' stato nei confronti di Giovanni di Pierfrancesco de' Medici che era detto il Popolano (Firenze, 21 ottobre 1467, San Piero in Bagno, 14 settembre 1498),

E' stato un politico italiano, figlio di Pierfrancesco il Vecchio e fratello minore di Lorenzo esponente del ramo cadetto della famiglia Medici che governarono Firenze all'ínizio e durante il rinascimento.

Dall'otto gennaio del 1848 fino al 5 maggio 1849 fu pubblicato a Firenze un quotidiano chiamato Il Popolano che era la continuazione del periodico Il Sabatino chiuso dalla censura granducale. Questi sono i due paragrafi di chiusura del primo articolo.

Il dio Visnu' ebbe a subire nove incarnazioni: il SABATINO e' per ora alla quarta, e, senza pretendere il lusso di trasformazioni cui andarono sottoposti li Dei Chinesi, gli e' lecito sperare di subirne una quinta. la quale consiste nel divenire giornale assolutamente politico e immancabilmente quotidiano.

Frattanto accettatelo come'. Ei vi promette cuor di popolano, nulla altro: vi promette di non lasciarsi accalappiare ne' dai belli abiti degli aristocratici, ne' dalle melate parole gesuitiche, ne' dalle mene degli oscurantisti, ne' dalle paurose dubbiezze de' retrogradi: il suo grido non sara' ne' per un nome ne' per un altro: sara' pei fatti: sara' ora e sempre il seguente: Popolo, avanti, viva le riforme.

Altre testate giornalistiche col nome di POPOLANO sono esistite ma nessuna ha mai avuto una lunga vita.

Antonio Lapini nasce a Lucca il 13 marzo 1895. Richiamato alle armi durante la prima guerra mondiale, al congedo dichiaro' di essere cittadino del mondo e il suo unico scopo era stato quello di salvare la pelle e non di servire la patria.

Rientro' a Lucca nel 1921, dove era comunemente conosciuto con il nome di ribelle e il popolano .

Antonio era e si sentiva popolano nel significato piu' vero del termine.

Antonio, con l'appellativo di popolano, continuo' a professare idee libertarie anche durante il periodo fascista. Per questi motivi, venne perseguitato prima dalle bande fasciste e quindi, consolidatosi al potere Mussolini, dalla polizia del regime.

Fu costantemente sorvegliato e spesso arrestato per motivi precauzionali come il 3 giugno 1933 quando rimase in prigione per due giorni. Durante l'occupazione tedesca venne arrestato e portato ad Anchiano, un paese poco distante, ma dopo pochi giorni fu liberato e fece ritorno a Lucca.

Nel secondo dopoguerra si occupo' costantemente di assistenza e solidarietà umana, al di fuori dell'associazionismo ufficiale, riscuotendo notevolissime simpatie tra la popolazione. Era un valentissimo oratore e non smise mai di propagandare l'idea libertaria, per una ventina d'anni ogni 1° maggio, o prima dell elezioni, con un palchetto, teneva un comizio in piazza San Michele di Lucca, con diffusione della stampa libertaria. Mori' a Lucca il 29 giugno 1990.

Il mio ricordo e' di una persona, in tuta da imbianchino, una testa canuta che ispirava fiducia e simpatia. Appoggia la sua scala alle mura del Duomo e spesso iniziava con queste parole:

Non fatevi gettare negli occhi l'oppio delle pagode, siamo tutti nati da uno schizzo del ...... e qui un riferimento anatomico che tralascio.


Il fluire del discorso era sempre pacato, colto, mai un cenno alla violenza. mai un insulto anche in anni in cui era cronaca giornaliera la violenza piu' o meno politica.

La citta' di Lucca ha reso omaggio al Lapini con un palchetto in ferro sul baluardo della Libertà delle bellissime Mura urbane. Uno "speaker corner", un angolo degli oratori, sul modello di Hyde Park a Londra.

Una tribunetta metallica dalla quale e' possibile, per tutti coloro che lo vorranno, ma previa prenotazione in Comune, prendere la parola sui piu' svariati argomenti e arringare una piccola folla di ascoltatori.

La struttura, che ha trovato posto sotto ombrose querce, e stata intitolata al popolano Antonio Lapini (1895-1990), l'anarchico libertario che nella sua lunga vita improvviso' per decenni discorsi politici sugli scalini del monumento a Francesco Burlamacchi in piazza S. Michele e aiuto' tanta povera gente con raccolte in denaro e oggetti di consumo.


Un elegante povero ricco: Remo Cerini

Remo Cerini

Remo Cerini

Non ritengo siano molto importanti i riferimenti anagrafici parlando di Remo Cerini, il poeta popolare, innamorato della liberta', del vino, della sua citta', della sua gente. Antifascista, antimilitarista, ricambiato e ricordato ancora oggi, per le sue battute, per le sue rime irriverenti, per le sue poesie.

Per i pistoiesi e' stato, e' e sara' sempre, un mito, ed i miti non hanno eta', non invecchiano, vivono per sempre nei ricordi della gente.

Di lui dico solo che Remo Cerini nacque a Pistoia il 28 luglio 1889 nella casa paterna in piazza San Lorenzo, da una famiglia di modeste origini: il padre Pietro faceva il fornaio, la madre Apollonia Susini, era casalinga.

Quando Remo era ancora un ragazzo fu messo a “bottega” per imparare l’arte del ferro battuto, partecipo' alla Grande Guerra anche se aveva cercato di evitare il servizio militare facendo scrivere nel foglio matricolare "No sa leggere né scrivere".

Dopo il congedo, nel 1919, fu assunto alle officine San Giorgio come aggiustatore.

Il lavoro alle Officine San Giorgio

Il lavoro alle Officine San Giorgio

Nel 1922 pubblico' con i tipi della tipografia Grazzini, un libro di 36 pagine dal titolo

Verso la modernita' poesie moderne.

Ma il suo spirito libero non si piegava alla monotonia dei ritmi della fabbrica e neppure ai dettami del regime, si licenzio' nell'autunno del 1927 e lo fece con una breve poesia inviata all'ing Rapallo.

Caro Rapallo dal corto collo
non sono un’aquila
non sono un pollo,
io mi chiamo Remo Cerini,
mi licenzio e voglio i quattrini.

Si trasferì a Milano ma il soggiorno al nord duro' poco, la metropoli non faceva per lui: torno' a Pistoia ma le cose non andarono meglio. In rotta di collisione con il padre, si trovo' senza una casa e senza quattrini.

Remo, per vendetta, gioco' al padre uno scherzo mancino, gli invio' una cassa da morto, accompagnata da una corona di fiori. Privo di aiuti e senza lavoro si affido' al buon cuore di chi, riunito in crocchio ascoltava le sue posie, non sempre improvvisate.

Le notti le passava sotto le logge dell’ospedale del Ceppo, o sotto quelle della biblioteca Forteguerri o al Duomo.

Nel ventennio fascista entrava ed usciva di prigione accusato di ubriachezza molesta, in realta' dava noia che esprimesse i suoi giudizi a voce un po' troppo alta ed anche se i suoi non erano concetti altamente ideologici e politici, erano tuttavia giudizi dettati dal buon senso e dalla sincerità di colui che nulla aveva da perdere se non la sua povertà.

Remo e Rita

Remo e Rita

Dopo la seconda guerra mondiale conobbe e sposo' con Rita, fedele compagna fino alla morte, che aveva conosciuto a Livorno; in sua compagnia, per decenni, Remo attraverso' la citta' in lungo ed in largo, cantando e recitando poesie dovunque, ma soprattutto nelle osterie e nei ritrovi popolari dell’immediata periferia della città.

Ed ogni volta, alla fine della poesia, il primo applauso veniva sempre da Rita, salvo, pochi secondi dopo, a percuoterlo sulle spalle con il piccolo ombrello a fiori che si affacciava in qualsiasi stagione dalla sua abbondante sporta di paglia in cui erano racchiusi tutti i loro tesori.

Per toglierli dalla strada venne loro assegnata una casa popolare e la Rita cercava a modo suo di tenere il compagno più in ordine, ma egli preferiva la vita all’aria aperta, come era sempre vissuto e non c’era avvenimento cittadino che non vedesse la stravagante coppia in prima fila.

Mori all'eta' di 92 anni, il 18 Settembre 1980, quando ormai sembrava far parte dell'eternita', poiche' ben tre generazioni lo avevano visto, ascoltato, parlato con lui ed erano state investite dalle nuvole di fumo della sua pipa annerita dal tempo e sempre stretta fra i denti.

Il corteo, che lo accompagno' all'ultima dimora, attraverso' tutta la citta', ripercorrendo quegli stessi itinerari che Remo tante volte aveva fatto e rifatto da solo e con Rita.

Seguivano la bara una banda musicale, le autorita', persone di ogni ceto sociale, uomini e donne di cultura.

Io ero tra le persone che lo accompagnavano, lo conoscevo bene, diverse volte lo avevo ospitato al mio tavolo ricambiando le sue battute e le sue poesie con una cena ed un immancabile bicchiere di vino.

La giunta comunale nel 2013, su proposta del consiglio comunale, ha deliberato l'istituzione di

via Remo Cerini quale indirizzo anagrafico convenzionale

per le persone senza fissa dimora della citta'. Si tratta di una via che non esiste sulle mappe di Pistoia, ma solo per l'anagrafe comunale.

Remo era un uomo che, seppure giornalmente alticcio, non si è mai abbandonato a molestie di nessun genere. Al contrario, è sempre stato uno che ha saputo mantenere limpida la sua spiccata educazione, comportandosi sempre con riverente rispetto e cortesia verso il suo prossimo. Evidentemente madre natura lo aveva dotato anche di questa virtu', oltre quella dell'innato estro poetico. Ogni qualvolta gli veniva chiesto chi a suo parere e' un vero signore, lui rispondeva sempre con la stessa frase: "Il vero signore non e' chi ha tanti soldi, ma chi ha educazione e rispetto per il prossimo". Remo di fatto, era un nume custode della sua povertà; e la interpretava con signorilita', con aspetto fiero ed aristocratico, anche col suo incedere elegante.

Gli aneddoti, le profezie e le poesie.

Remo che dialoga con in mano il bicchiere di vino

Remo che dialoga con in mano il bicchiere di vino

Ben io dritto
vo per la mia via...

Tantissimi gli aneddoti su Remo e Rita.

Resisti Remo resisti,

ripeteva a se stesso Remo passando davanti ad una osteria o un bar. Uno sforzo immane dato che doveva resistere alla tentazione di bere l’amato vino. Ma era un gioco che faceva con se stesso per potersi premiare dopo aver vinto la singolare scommessa. Infatti, subito dopo avere superato il locale della tentazione, si congratulava con se stesso:

Bravo Remo, hai resistito, adesso ti meriti un quartino.

Favolose ma spesso preparate erano le liti fra Remo e Rita, si insultavano, si prendevano a finte ombrellate, ricavando dal pubblico quel poco che serviva a loro per una frugale cena.

Spesso Remo appellava Rita con un versetto:

E se non c'era Remo da Pistoia, eri sempre a Livorno a far la Tr...

Cosi' ricordando vecchie dicerie sul mestiere che Rita, vera professionista, esercitasse prima che sposasse Remo.
Lui si considerava un grande tra i grandi

Sommo fra sommi non sommariamente
Qualificaro la mia sommitade,
Del genio mio che ben divinamente
Conobbe tutto fra l'umanitade.

Caratteristica fondamentale di Remo era la pipa, molto spesso citata nelle sue poesie:

Chissà quanto valer potrai domani
Quando ti lascero' vecchia pipetta Conti, Marchesi, Principi, Sovrani,
Ti verranno a veder, dentro l'urnetta.

L'ipotesi di un museo in cui verrebbe conservata la pipa di Remo Cerini come cimelio, concorda con un'altra, formulata trentacinque anni dopo, di un monumento da erigersi in una piazza cittadina:

Che mia per sempre la coron d'alloro
Eretto in piazza un monumento.

E perche' non essere incoronato in campidoglio?

Correte correte
Son gia' 'ncoronato
Nel gran Campidoglio
Saro' immortalato

Questa gloria che verra' non sara' solo sua, ma anche dí Pistoia.

L'italia 'l mio gran Regno
La fonte de la scienza
Fara' che ben risorga
La mia somma sapienza,
Che possa un di vantare
Un suo connazionale,
Dinnanzi a tutto il mondo
Ch'io resti l'immortale.

Queste alcune tematiche di Remo. Altri contenuti sono semplici insegnamenti di buon senso, di bonta', di fratellanza, di pace. Una poesia del 1916, parla contro la vocazione guerrafondaia di Guglielmone.

Iddio per me chiede la pace

Pace fratelli ’l padre nostro grida
Prima che resti ’l mondo un cimiterio,
Odi colui che tutto ti confida
La mente sua guidata dal criterio.

Poveri vecchi antichi ristraziati
Questo potente 'n giubilo riscuote!
Le tombe dove foste sotterrati
Per far di civilta' stirpi devote.

Ma fu pazzia per noi poveri vecchi,
Quello che predicammo 'n prima vita;
Santo parlar, non vedo che tre teschi:
Un sembra Maometto 'n calamita

Li due che restano dalla parte manca
Filosoficamente riconoscono,
Che lo suo dir, lo mio ridir non stanca:
L'Aritotele, 'l Socrate t'addosco.

La lor filosofia, la lor dottrina
Non parlava per bocca di cannone.
E' far d'umanita' carne bovina
Per un gradasso detto Guglielmone.

Che dominar volea, ma qual follia?
Dimmi ti prese, barbaro Nerone
Uomo selvaggio pien di tirannia....
Tu mettesti l’Eumpa ’n distruzione.

Domani a te verrá la notte eterna
Che Satana su te metta le granfie....
Per lá piombarti ne la fuoca inferna
Quattro demoni a darti co' le lancie.

L’Italia danzerá nel paradiso
Ed io le cingeró di fior la fronte,
Un bacio le daró sul vergin viso:
Gridando civiltá d’eterna fonte.

Ci sono anche domande sulla convivenza sociale:

Perch'io tanta miseria
E chi tante ricchezze?
Troppe son le schifezze
Di tante falsita'.
Il ricco che tormenta
Il popolo sopprime
Di tanta infamia il crime
Di tante crudelta'.

Ci sono poi dei componimenti più agili, vivaci, spumeggianti (e, insieme ai precedenti, sono tra le sue cose migliori) come quello che esalta il buon vino:

Viva la scienza
Viva la vita,
Viva la donna
Che si marita.
Viva la terra
Viva 'l bel sole
Viva 'l profumo
De le viole.
Viva il buon vino
Viva il barolo
Mirando il mondo
Mi disconsolo.
Viva del mare
La bianca spuma,
Viva l'arrosto
Quando ben fuma.
Viva il bel cielo
Viva le stelle,
Viva le forme
Di donne belle.
Viva chi ama
De l'Arte il bello,
In questo sferico
Mondo ribello.
Viva chi vive
Senza rimorsi,
Viva la pace
De' tempi scorsi.
Viva l'amore
Viva il perdono,
Viva chi sente
Me che ragiono.
Viva il passato
Odio 'l presente,
Viva l'idiota
Che nulla sente…

Come il poeta della Boheme scialava in poverta' da gran signore.

Finche' sarò nel mondo
ben cantero' con gioia,
per te mia gran Pistoia
culla dei miei Natali.
Saro' remunerato
da te Pistoia mia?
La dolce poesia
qualcun mi leggera'.

Un breve composizione come una puntura di spillo.

Viva l'amore
viva il perdono,
viva chi sente
me che ragiono.
Viva il passato
odio 'l presente,
viva l'idiota
che nulla sente.

Quando, per il timore che i bombardamenti aerei potessero danneggiare le opere in terracotta policroma di Luca della Robbia della facciata dell’ospedale del Ceppo, le competenti autorità di allora decisero di fare erigere, a ridosso di queste, un muro di protezione il giorno che ultimarono i lavori, Remo si trovo' a passare di li', e non vedendo piu' le famose statuine, profetizzo' esclamando:

Statuine, statuine,
quando rivedrete
la luce, non ci sara'
più ne' re, e ne' duce!

E quando la sorte della guerra riservo' all’Italia l’inizio della fine con la perdita dell’impero, Remo commentò l’avvenimento con altra profezia.

Vestiti di rayon,
calzati di legno,
s’e perso l’impero,
si perde anche il regno!

Il giorno che i tedeschi invasero Pistoia, Remo si recò in piazza Garibaldi, si pose di fronte al monumento dell’Eroe, ed implorò:

Scendi Peppino,
ci rienno!

Per finire

Non credo che Remo Cerini sia inseribile in quella tradizione di poeti estemporanei, analfabeti o quasi, che da sempre sono stati presenti in Toscana, tra tutti cito Beatrice di Pian degli Ontani.

Personalmente lo vedo come la voce di un confuso ma radicato principio di liberta', anarcoide, irriverente, beffardo, ma quasi mai violento.

Io penso che un esame senza paraocchi della vicenda poetica di Remo Cerini non porti a elevare questo personaggio nell'olimpo della poesia, ma penso che alcuni suoi lavori siano gradevoli e dignitosi, con lampi geniali non supportati dalla perseveranza di voler primeggiare ma di puntare alla sopravvivenza.

Sulla vicenda umana di Remo Cerini non oso dire niente se non ammirare la coerenza di resistere sempre, sempre, sempre ma con qualche umana eccezione.

Pietro Gori

Pietro Gori

Pietro Gori

A differenze dei due personaggi di cui ho detto in precedenza, Pietro Gori era di estrazione della media borghesia e scelse la sua collocazione culturale nella societa' per pura scelta ideologica e politica.

Ernesto Antonio Pietro Giuseppe Cesare Augusto Gori nacque a Messina il 14 agosto 1865 da genitori toscani trasferiti temporaneamente per lavoro in Sicilia. La famiglia rientro' a Livorno nel 1878 e qui Pietro Gori continuo' i sui studi.

Nel 1889 si laureò a Pisa in giurisprudenza con una tesi intitolata

La miseria e il delitto.

Nel novembre dello 1889 pubblico', sotto lo pseudonimo di Rigo (anagramma del suo cognome), un opuscolo intitolato "Pensieri ribelli" che conteneva i testi delle sue prime conferenze. La pubblicazione fu sequestrata e Gori fu arrestato per istigazione all'odio di classe . Da questa accusa fu assolto difeso da un nutrito stuolo di legali che ne assunsero il patrocinio, erano i suoi compagni di università ed i professori. Il pamphlet fu stampato in 1500 copie e fu un enorme successo di vendita.

Il 13 maggio dell'anno successivo venne nuovamente arrestato perché considerato tra gli organizzatori delle manifestazioni del primo maggio a Livorno, con le accuse di ribellione ed eccitamento all'odio fra le diverse classi sociali e di eccitamento allo sciopero e resistenza all'autorità . Questa volta venne condannato ad un anno di reclusione (pena poi annullata in Cassazione) e rimase in carcere, prima a Livorno e poi a Lucca, fino al 9 novembre.

A Milano

In seguito si trasferì a Milano, dove esercitò la professione di avvocato presso lo studio di Filippo Turati. Nel gennaio 1891 sostenne le tesi malatestiane al Congresso di Capolago, nel quale si decise la fondazione del Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario. Nello stesso anno partecipo' al congresso del Partito Operaio Italiano che si tenne a Milano e tradusse, per la biblioteca popolare socialista, il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, basandosi su una traduzione francese. Verso la fine dell'anno iniziò le pubblicazioni de L'amico del popolo, un giornale che si autodefiniva socialista anarchico e di cui uscirono 27 numeri, tutti sequestrati, che gli procurarono altri arresti e processi.

Il 4 aprile 1892, in una conferenza dal titolo "Socialismo legalitario e socialismo anarchico", tenuta nella sede del "Consolato operaio" di Milano, esplicitò le posizioni anarchiche e libertarie, fortemente critiche nei confronti del socialismo riformista, ritenuto autoritario e parlamentarista. Non stupisce, quindi, che il 14 agosto dello stesso anno, al congresso nazionale delle organizzazioni operaie e socialiste tenutosi a Genova, Gori fosse tra i più strenui oppositori della maggioranza riformista, che decise di dar vita al Partito dei Lavoratori Italiani, trasformatosi poi in Partito Socialista Italiano.

Ormai ben conosciuto dalla polizia - una nota riservata del Ministero dell'interno del 22 novembre 1891 diretta a tutti i prefetti del Regno chiedeva che venisse sottoposto a "speciale sorveglianza" -, all'approssimarsi del primo maggio veniva sistematicamente arrestato per motivi cautelari. Durante una di queste detenzioni, proprio nel 1892, scrisse nel carcere di San Vittore il testo di una delle sue canzoni più note: Inno del primo maggio. Le sue prime opere poetiche - Alla conquista dell'Avvenire e Prigioni e Battaglie -, pubblicate nei mesi successivi, andarono ben presto esaurite, nonostante la tiratura fosse di ben 9000 copie.

La sua attività di avvocato a difesa dei compagni e di conferenziere proseguì intanto senza sosta. In questo periodo partecipò anche, nell'agosto 1893, al Congresso socialista di Zurigo, dal quale venne espulso, e fondò la rivista "La Lotta Sociale", che ebbe breve vita a causa dei continui sequestri disposti dall'autorità.

Il primo esilio

Dopo l'approvazione voluta dal governo Crispi di tre liberticide Leggi antianarchiche (luglio 1894), Gori, che era rimasto in corrispondenza con Sante Caserio, da lui difeso in un processo a Milano, fu accusato dalla stampa borghese di essere l'ispiratore dell'omicidio del presidente francese Sadi Carnot e, per evitare una condanna a cinque anni di carcere, fu costretto a fuggire a Lugano. Nel gennaio 1895 fu arrestato con altri diciassette esuli politici italiani e, dopo due settimane di carcere, fu espulso insieme a loro dalla Svizzera. Per l'occasione compose i versi di quella che è la più nota canzone anarchica: Addio a Lugano.

Attraverso la Germania e il Belgio, giunse a Londra dove si incontrò con i principali esponenti dell'anarchismo mondiale. Dopo il breve periodo inglese si recò a New York e da qui partì per un ampio giro di conferenze (oltre 400 in un anno) in Canada e negli Stati Uniti, dove collaborò alla rivista La Questione Sociale.

Nell'estate 1896 tornò a Londra per partecipare, come delegato delle organizzazioni operaie statunitensi, ai lavori del secondo Congresso dell'Internazionale socialista, in cui ribadì le sue tesi anarchiche. Nella città inglese si ammalò gravemente e fu ricoverato al National Hospital.

Grazie all'interessamento di alcuni parlamentari, il governo gli concesse di rientrare in Italia anche se lo obbligò, almeno inizialmente, a risiedere all'Isola d'Elba. Una volta rientrato, riprese i contatti con il movimento anarchico e quindi l'attività di avvocato in difesa dei compagni e la collaborazione a pubblicazioni periodiche anarchiche, tra cui L'Agitazione di Ancona.

Il secondo esilio

Nel 1898 l'aumento dei prezzi del pane provocò tumulti in tutta Italia ai quali il governo di Rudinì rispose con il pugno di ferro. I morti del 7 maggio a Milano (il cui numero varia dagli 80 dei dati ufficiali agli oltre 300 secondo gli oppositori), quando il generale Bava-Beccaris ordinò all'esercito di sparare sulla folla, furono solo la punta dell'iceberg; non meno feroce fu infatti la repressione delle organizzazioni politiche e sindacali di sinistra, a seguito della quale Gori fu costretto ad un nuovo esilio per evitare la condanna - a dodici anni - che gli venne inflitta in contumacia.

Da Marsiglia si imbarcò alla volta del Sudamerica. Qui si fece conoscere sia per la sua attività politica sia per quella scientifica. Infatti, oltre ad essere tra i promotori della Federazione operaia regionale argentina, tenne corsi di criminologia all'Università di Buenos Aires e fondò la rivista Criminologia moderna, onde diffondere uno studio del crimine basato sulle teorie libertarie, in contrasto con quella repressiva di stampo lombrosiano. Fu iniziato in Massoneria a Buenos Aires nella Loggia "Rivadavia" N. 51 il 12 agosto 1901[1].

L'ultimo periodo

I funerali di Pietro Gori

I funerali di Pietro Gori

Grazie ad un'amnistia e per problemi familiari oltre che di salute, nel 1902 rientrò in Italia e, l'anno successivo, insieme a Luigi Fabbri, fondò la rivista Il pensiero. Se si esclude un viaggio in Egitto e Palestina nel 1904, passò i pochi anni della vita rimastigli nelle consuete attività di attivista politico, di scrittore e di avvocato difensore dei compagni arrestati.

Colpito dalla tubercolosi, morì l'8 gennaio 1911 a Portoferraio, all'età di 46 anni, lasciando un'ampia produzione letteraria che spazia dal saggio politico al teatro, dalla criminologia alla poesia, oltre alle arringhe e alle conferenze. La città di Portoferraio gli aveva dedicato la piazza principale del paese, dove ha sede il municipio, ma l'amministrazione di centro-destra ne ha poi modificato, il 3 febbraio 2018, la denominazione, intitolandola al precedente sindaco.

E' sepolto nel cimitero di Rosignano Marittimo. A Rosignano il suo monumento venne semidistrutto negli anni trenta da una squadra fascista (il monumento danneggiato si trova ancora nella cappella di famiglia, a ricordo dell'evento); vent'anni dopo, la sezione comunista del paese gli dedicò un nuovo monumento, ancora presente sul luogo. La sua figura è anche ricordata da una targa posta a Piombino nei pressi della stazione ferroviaria. Rimossa sotto il fascismo, la targa fu ricollocata dagli abitanti nel 1945.

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